L e    P e r l e    D e l l a    V a l l e

La Valle di Zena è uno scrigno di ricchezze. Un patrimonio di storie, avventure, leggende e curiosità.

Tutte le Perle della Val di Zena

Fili di Memoria a Gorgognano

Racconto in loco del paese di Gorgognano, rivolto ad un pubblico di bambini locali per fargli conoscere le origini del proprio territorio. Il monologo è stato interpretato dall’attore Riccardo Iani con la presenza di alcuni ex abitanti del paese allora bambini.


In questo luogo che ora vedete privo di case e pieno di vegetazione, 1000 anni fa sorgeva un antico castello che poi fu distrutto e sulle cui rovine nacque la Pieve di Gorgognano. Le macerie dell’antico castello diventarono mattoni e pietre per costruire la chiesa, la sagrestia e la scuola, e dalla base rimasta di una grossa torre fu innalzato il campanile che, slanciato e bello, faceva da faro per tutta la vallata. Per 300 anni la chiesa fu l’orgoglio di tutti gli abitanti della zona.
Noi però vogliamo raccontarvi di quando erano bambini. Gli abitanti di Gorgognano non abitavano tutti qui ma erano sparsi in tante case attorno alla chiesa, perché erano principalmente contadini e dovevano coltivare la terra, accudire il bestiame e nei giorni di festa si ritrovavano tutti quanti su questa collina, compresi i bambini, per andare alla messa e fare festa insieme. Le campane annunciavano con il loro suono questi momenti per radunare i fedeli, ma non solo: annunciavano le ore e in particolare il mezzogiorno per andare a mangiare; allarmavano quando c’era l’arrivo della grandine; suonavano quando qualcuno moriva. Le campane avevano un linguaggio ben preciso, dai rintocchi si capiva se era maschio o femmina, sposato o nubile.
Don Giovanni era allora il prete di Gorgognano e i nostri nonni raccontano che al primo segno di maltempo era sulla porta spalancata della chiesa con le candele accese, la stola e il libro delle preghiere. Urlava e pregando sfidava l’uragano, raccontano che la grandine non è mai venuta. Si dice che fu chiamato al mulino della Sega perché infestato da topi che rosicchiavano i sacchi di grano. Dopo il suo intervento i piccoli animali abbandonarono completamente il mulino. Il prete aveva chi lo aiutava: il sagrestano Rinaldo che si dice fosse simpatico, ironico e buono; il campanaro Neri che oltre a suonare le campane coltivava l’orto e il frutteto della parrocchia nonostante avesse solo una gamba; i momenti tristi e in quelli gioiosi venivano accompagnati dalle note del bellissimo organo e dalle voci del coro; non mancava anche chi dava sepoltura ai morti, se ne occupava il signor Giuseppe Giardini, che nei momenti di festa costruiva i fuochi di artificio (detti murtaret) che collocava su questo vialetto che porta al cimitero.
Quando la mamma di Don Giovanni morì, il dolore fu tale che il povero prete dovette abbandonare la sua parrocchia e andò a Bologna. Per circa un anno fu sostituito da un frate buono e caritatevole di nome Padre Calisto. Successivamente arrivò un giovane parroco di nome Don Ibedo che rimase con i suoi fedeli fino alla scomparsa di tutto a opera della Seconda guerra mondiale.
Al fianco della chiesa sorgeva anche la scuola che arrivò ad avere fino a 120 bambini, al punto di doverne costruire un’altra in un posto qui vicino detto Crocione. La maestra ultima si chiamava Zuccheri Iris e aveva una classe composta da 42 bambini che frequentavano dalla prima alla quarta.
Alla pieve di Gorgognano vi erano pure la casa-bottega del calzolaio Monti e dell’oste Lodovico Montori, dove si poteva trovare tutto quello di cui c’era bisogno: il petrolio per le lampade, i fiammiferi, il sale, il caffè che veniva usato insieme alla biada come tonico per gli animali, mentre le persone bevevano il caffè d’orzo. Non c’erano molti soldi allora, ma si poteva barattare con i prodotti della campagna, le uova e il
latte che producevano gli animali delle fattorie. Un altro oste, Giuseppe Faenza detto Jusfen, aveva uno spaccio molto più piccolo, situato a Cadpì dove vivevano Loris e Francesco, i quali si ricordano di una anziana signora chiamata Ginevra che con un filarino lavorava la canapa ed era molto buona con loro perché aveva sempre le castagne secche da donare. Il papà di Francesco, Anselmo Persiani, era chiamato Panzatta, perché aveva la passione della pancetta di maiale arrotolata molto stretta, che viene tagliata sottile. Giuseppe Monarini, detto Badil, anche lui di Cadpì era un uomo alto e robusto, esperto nei lavori di terra, calce e cemento, una persona buona e molto disponibile. Il signor Grillini, detto il Grillo, per la sua bizzarra andatura, dovuta all’assenza di una gamba, era il falegname e l’arto mancante se lo costruiva in legno da solo. Il fabbro era Ulisse e veniva chiamato Lissiat, probabilmente perché si impomatava i capelli con la brillantina. Altri personaggi che vivevano nel circondario di Gorgognano erano: il Turchino, che viveva in una capanna di ferro, grande poeta e inventore di zirudel, ed era la gioia di tutti i bambini per i suoi favolosi alberi di ciliegio. Il barbiere non aveva la bottega perché era lui ad andare a casa dalle persone per fargli la barba e i capelli. A Gorgognano ognuno aveva un nomignolo: Batztula, Iusfat, Pirola, Duvicco, Al Sparvers, Al Foien, Al Mimon. Quel mondo di allora, a differenza del nostro, era privo di auto. Le uniche che si vedevano erano quelle dei padroni Marocchi e Pozzi, ma la più bella e affascinante per grandi e bambini era la trebbiatrice, la vera macchina. Era così importante perché rappresentava il momento in cui finalmente il grano coltivato poteva essere trasformato in tanti sacchi che avrebbero sfamato le persone durante l’inverno. Solo uno, invece, possedeva una moto e si chiamava Augusto Barbiera. Quando passava sollevava un gran polverone e tutti sapevano che era lui perché le strade allora non erano asfaltate ed erano polverose d’estate e fangose d’inverno. La usava anche per trasportare il fieno, legandolo a una corda ben stretto e trainandolo a tutta potenza con la sua moto.
Come in ogni paese che si rispetti, non poteva mancare il matto. Era grande, grosso e buono e dormiva dove gli capitava, anche dentro il cimitero. Si chiamava Arturone e quando da vecchio andava a ritirare i soldi della pensione chiamava due taxi per tornare a casa, uno per sé e uno per il suo cappello. La gente non era mai ricca e quindi i poveri erano molto poveri. Uno in particolare si distingueva per la sua fantasia nel rendersi utile: si chiamava Valencia e girava per i poderi con una specie di cariola che gli serviva per intrecciare la canapa per fare le corde o per arrotare i coltelli e alla sera, tirando una coperta da un albero all’altro,
costruiva un piccolo teatrino dei burattini per fare divertire i bimbi.
La televisione allora non esisteva e la gente per divertirsi usava la fantasia. Mi ricordo di Giuseppina, madre dell’ostetrica Lea Tonelli, una delle poche che studiava a Bologna la quale, soprattutto d’inverno, dentro alla stalla, dove faceva più caldo, ci leggeva un libro a puntate sera per sera, o come nel caso di Marì e Andriol che d’estate si godevano il fresco della sera seduti fuori dalla loro casina appollaiata sul fianco del monte. L’uomo che aveva una bella voce intonava una canzone. Da un casolare più in basso, altri numerosi rispondevano in coro, continuando a lanciarsi canzoni e stornelli, a volte improvvisati con arguzia tutta contadina, finché il sonno non li vinceva.
Questa era Gorgognano!

L e    N e w s

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